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Michel Piccoli, l’attore-signore che univa eleganza e cinismo

Si è spento a 94 anni, la notizia data dalla famiglia sei giorni dopo il decesso Era il preferito del regista italiano Marco Ferreri che lo ha diretto in nove film

Elegante provocatore, sempre in bilico tra cinismo e ironia, capace di incutere soggezione anche quando le gesta dei suoi personaggi superavano di gran lunga i limiti della saggezza e dell’onore, avviandosi, sprezzanti, su binari di follia e di incoerenza.

Interprete sublime di cinema e di teatro, poi passato dietro la macchina da presa, nato a Parigi il 27 dicembre 1925 da un padre violinista di origini italiane e da una madre pianista francese, Michel Piccoli. morto sei giorni fa ma la notizia è stata data dalla famiglia solo ieri, debutta in teatro a 20 anni, ma trova solo sul grande schermo, nell’intesa con il maestro Luis Bunuel, la strada migliore per dare sfogo al suo talento di intellettuale incendiario, imbevuto di cultura comunista, nutrita dalle amicizie della giovinezza, da Jean Paul Sartre a Simone de Beauvoir, coltivate ai tempi d’oro della «Rive gauche», dove Piccoli aveva incontrato la seconda moglie, Juliette Greco.

Il tono impassibile e l’aria austera che imponeva distanze gli avevano regalato un fascino ambiguo, perfetto per interpretare uomini gelidi, infidi, stravaganti. Così, dopo essere stato prete nella Selva dei dannati di Bunuel, del’56, Piccoli diventa icona del «polar», il poliziesco alla francese, nei film di Pierre Chenal, Jean-Pierre Melville, Costa-Gavras, René Clement, ma la celebrità arriva quando recita al fianco di Brigitte Bardot nel Disprezzo di Jean-Luc Godard, e poi, con Jane Fonda, nella Calda preda: «Quello dell’attore - aveva detto alla Stampa - è un mestiere di straordinario divertimento, in grado di offrire la possibilità dei viaggi più incredibili e anche di aiutare la gente a comprendere meglio il senso dell’esistenza».

Alla carriera francese, ai successi folgoranti di film come Bella di giorno con Catherine Deneuve, agli amori brucianti come quello con Romy Schneider, Piccoli aggiunge il rapporto intenso con il miglior cinema italiano di cui diventa frequentatore assiduo, grazie alla speciale intesa con Marco Ferreri che lo dirige in nove film: «Marco - diceva Piccoli - era un po’ un extraterrestre, ma anche un filosofo... fare un film con lui era come far funzionare una valvola di sicurezza, seguendo la sua ricerca si poteva star certi di migliorare il proprio lavoro».

D’altra parte, di Piccoli, i registi del mondo, da Theo Anghelopoulos a Otar Iosseliani, da Alfred Hitchcock a Elio Petri, da Marco Bellocchio a Nanni Moretti, si innamorano spesso, certi di poter trasferire in quella fisicità aristocratica, le sfumature dei personaggi più vari, le debolezze nascoste, le fragilità imprevedibili.

Al Festival di Cannes, luogo prediletto delle sue apparizioni pubbliche, anche per via dell’amicizia storica con l’ex-presidente della rassegna Gilles Jacob (che ha dato ieri l’annuncio della scomparsa e che, a quattro mani con l’attore, ne ha scritto la biografia J'ai veçu dans mes rèves), Piccoli era apparso, nel 2001, in veste di interprete di Je rentre a la maison di Manoel de Oliveira e di regista del suo La plage noir: «Dopo tanti anni di questo mestiere - aveva spiegato - ho sentito forte il bisogno di passare dietro la macchina da presa dove, tra l’altro, accadono le cose che da sempre, quando sono su un set, mi hanno più interessato».

Durante l’intervista, mentre sulla terrazza del Majestic scorreva la processione di fan che gli chiedevano autografi, aveva parlato di politica italiana, di Berlusconi, e di quella fede nel sociale che non lo aveva mai abbandonato: «Per me - dichiarava - l’impegno è sempre stato una necessità di vita, non comprendo la gente che si definisce apolitica. Abbiamo tutti bisogno di una passione, anche se alcuni tradiscono, anzi, questa è una ragione di più per restare sempre vigili».

Con l’ultima moglie, la sceneggiatrice Ludivine Clerc, sposata nel 1980, Piccoli aveva adottato due bambini di origine polacca, Missia e Inord, e aveva vissuto gli anni del crepuscolo in un castello in Normandia, senza perdere di vista le cause di Amnesty International e le battaglie del Partito Socialista francese. Forse anche accettando, con l’incedere del tempo, quell’immagine di serenità pacificata che al cinema non aveva mai potuto esprimere. —

Pubblicato su Gazzetta di Mantova