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Ricordando il bracciante partigiano Veronesi Un omicidio rimasto senza giustizia

Lotte tra agrari e lavoratori: nella notte del 17 maggio 1950 a Bancole il grave fatto di sangue. Fino al ’55 i processi

Il quadro generale è quello degli scioperi e delle lotte che nel 1949-1950 contrapposero nelle campagne i braccianti e i sindacati da una parte, e dall’altra i proprietari agrari e i loro affittuari. Nella notte del 17 maggio 1950 a Bancole accadde un grave fatto di sangue. Il giorno seguente la Gazzetta raccolse in prima pagina le informazioni. Uniche certezze: un omicida, un morto e un ferito grave.

i protagonisti

Via via le dinamiche dei fatti sarebbero state verificate in parte. Così come i nomi dei protagonisti: i braccianti Vittorio Veronesi, Nerino Balduini e Angiolino Montagnoli, il fittavolo Paolo Grazioli insieme a Livio Zuffo, Luigi Maffazioli e Vittorio Gasperini (sarà scagionato). Veronesi, ex partigiano trentenne, e Balduini erano usciti da un’osteria a mezzanotte. Stavano facendo un giro di bar e trattorie per pagare dei conti insoluti. Due ore dopo, raggiunti da Montagnoli, si trovavano al passaggio a livello della linea Mantova-Verona, diretti al fondo Schiarino-Previdi - gli affittuari erano i fratelli Paolo e Carlo Grazioli - per convincere i mungitori (lavoratori liberi, nell’occasione crumiri) ad aderire allo sciopero indetto dalla Federbraccianti.

LA DINAMICA

Cosa avvenne? Secondo polizia e carabinieri, Veronesi e i suoi compagni, armati di bastoni e mascherati, aggredirono i due mungitori (Maffazioli e Zuffo rimasero contusi). A questo punto Paolo Grazioli estrasse una pistola (una Beretta: i fratelli Grazioli cercarono di nasconderla) e aprì il fuoco: Veronesi venne ferito a morte al polmone sinistro, «nella regione sopra mammaria», stabilirà il processo, con «foro di uscita nella regione sottoscapolare sinistra». Montagnoli fu colpito di striscio, prognosi 12 giorni. Balduini, raggiunto da pallottole all’emitorace destro e alla coscia (guarirà in sei mesi e mezzo) venne portato all’ospedale: dirà che a sparargli non era stato Grazioli ma Gasperini (in realtà Zuffo perché Gasperini non c’era). Vennero rinvenuti bossoli di calibro 7.65 e 9 (quindi a sparare furono due pistole), oltre a due maschere, una insanguinata.

I DUBBI

Il cadavere di Veronesi venne trovato vicino a un fosso. Era stato trasportato là? Oppure lui stesso - come poi il tribunale riterrà plausibile - aveva percorso, trascinandosi, alcune centinaia di metri? La sua bicicletta era oltre il fosso appoggiata a un palo. Intanto Grazioli era fuggito a Sirmione. Poi, tornato a Mantova, la sera del 17 si era costituito. Sia lui che Zuffo vennero messi in carcere, in via Poma, dove rimasero quasi un anno in attesa di giudizio. Dopo essersi documentato sulla ricostruzione ufficiale di quanto accaduto, il 17 pomeriggio Eugenio Dugoni aveva presentato alla Camera un’interrogazione parlamentare. I fatti vennero confermati dal sottosegretario agli interni Bubbio. Dugoni si dichiarò insoddisfatto.

la seconda versione

La versione della Camera del lavoro era diversa: Veronesi e i suoi compagni volevano solo fare desistere i mungitori dal prendersi cura del bestiame, per cui non c’era ragione di mascherarsi. Le supposte maschere, rinvenute non sul luogo della sparatoria ma a una certa distanza, erano probabilmente pezzi di carta verdi con fettuccine rosse, brandelli di festoni di cui Bancole era disseminata, residui della festa della gioventù democratica di sinistra, che si era svolta tre giorni prima. Per la Cgil, la cui segreteria si era riunita a Roma, si trattava di un’aggressione fascista premeditata che rientrava «nei piani di squadrismo apertamente preannunciati da gruppi di agrari più reazionari», mentre la Cisl, pur condannando la violenza, si schierava per «la libertà di lavoro».

il ministro

Il ministro degli interni Scelba disponeva urgenti accertamenti, le forze di polizia erano messe in allarme. Sull’assassinio di Veronesi il 18 maggio scrissero il direttore Davide Lajolo su “l’Unità” e Sandro Pertini sull’edizione romana dell’“Avanti!”.

i funerali

I funerali di Veronesi vennero celebrati il 19 pomeriggio, partendo dalla camera ardente allestita al Cral di piazza Virgiliana. Per quasi cinque ore un lungo corteo - 60mila persone contate dalla Gazzetta, 100mila dai sindacati, 20mila dalla Questura, arrivate da mezza Italia - si snodò per le vie di Mantova. Poi la salma, accompagnata da pochi intimi, proseguì per il cimitero degli Angeli dove fu tumulata. Seguirono i processi.

i processi

Alla Corte d’Appello di Brescia Paolo Grazioli era accusato di omicidio volontario, Zuffo e Maffazioli di correità in lesioni d’arma da fuoco ai danni di Balduini e Montagnoli. Questi ultimi erano accusati di violenza privata per avere bastonato e percosso, causando loro contusioni varie, Grazioli, Zuffo e Maffazioli. I fratelli Grazioli, Luigi e Carlo, dovevano inoltre rispondere di calunnia nei confronti del maresciallo dei carabinieri di Marmirolo, Alfredo Sponga, «che sapevano innocente di averli consigliati a nascondere la pistola», che Carlo aveva messo in un tombino, incolpando quindi Sponga di favoreggiamento nei confronti degli imputati Grazioli Paolo, Zuffo e Maffazioli. A Paolo Grazioli e a Zuffo veniva ascritto il reato di porto d’arma senza licenza fuori dalle loro abitazioni, la Beretta cal. 7.65. Infine Grazioli, oltre alla Beretta, aveva omesso di denunciare un fucile da caccia. La sentenza del 24 aprile 1951 mandò tutti liberi, o per legittima difesa, o perché i reati prescritti, o per amnistia. Altro processo, al tribunale di Mantova nel 1955, con sentenza il 15 ottobre: estinti per amnistia i reati di violenza privata a carico di Balduini e Montagnoli; e condanna di Paolo Grazioli e Zuffo (entrambi contumaci, il primo in Sud America, il secondo a Bolzano) a tre mesi di reclusione e multa di 10mila lire, confisca della pistola ma pena condonata per amnistia.

COSA RESTA

Nel 1952 Grazioli, temendo ritorsioni, aveva cambiato aria riparando in Cile, dove aprì un’azienda di sementi oggi di proprietà dei suoi eredi. Di tutto cosa rimane? Oltre al ricordo di Veronesi a 70 anni dalla morte, la lapide in sua memoria, al di qua della ferrovia (vicino sì, ma non nel luogo dove fu ferito a morte né in quello dove il suo corpo fu ritrovato).

il ricordo

La lapide fu inaugurata nel giardino di via Calvi, a Porto Mantovano il 1° maggio 1990: a scoprirla fu il vicepresidente del Senato Luciano Lama. Insieme a lui e ad altri - tra cui Renato Sandri, Maurizio Lotti e Roberto Borroni - c’era Nerino Balduini. Della vicenda di Veronesi, parla anche il recente romanzo “Terra non Guerra” (Sometti) dI Emanuele Bellintani: l’assassinio viene inserito in una narrazione che intreccia fatti realmente avvenuti e finzione.

GILBERTO SCUDERI

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Pubblicato su Gazzetta di Mantova