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Addio alla ragazza del secolo scorso Rossana Rossanda una vita da comunista

Morta a Roma a 96 anni. Dal Pci di Togliatti al Manifesto sostenne l’idea di una via non sovietica al socialismo reale

RICCARDO BARENGHI

La ragazza del secolo scorso è andata via. Ieri è morta Rossana Rossanda, aveva 96 anni, e così aveva intitolato un suo libro autobiografico uscito da Einaudi nel 2005: «Questo non è un libro di storia. È quel che mi rimanda la memoria quando colgo lo sguardo dubbioso di chi mi è attorno: perché sei stata comunista? Perché dici di esserlo? Che intendi? Senza un partito, senza cariche, accanto a un giornale che non è più tuo? È un’illusione cui ti aggrappi, per ostinazione, per ossificazione? La vicenda del comunismo e dei comunisti del ’900 è finita così malamente che è impossibile non porsi questi interrogativi».

E qui c’è tutta Rossana Rossanda, una donna che è stata comunista fin da giovanissima e lo è rimasta tutta la vita. Una comunista, un’intellettuale, una donna che ha saputo stare nel suo partito, ovviamente il Pci, fino a quando quel partito non l’ha cacciata via perché lei sosteneva l’idea di un comunismo non «sovietico», non staliniano, ovvero democratico, insomma che non fosse un regime dittatoriale, che non mandasse i carri armati a reprimere la protesta dei giovani cecoslovacchi, che non spedisse i dissidenti nei gulag.

Non a caso, molti anni dopo credette fino in fondo nel tentativo di Gorbaciov, che poi era quello di riformare il socialismo reale, così come prima di lui aveva tentato di fare a Praga Dubcek.

Fu un’illusione, quel sistema non era riformabile o almeno non lo era più. Forse, chissà, se all’inizio avesse preso un’altra strada, allora magari… ma questa non è la Storia. La storia di Rossanda invece di strade ne prese due. La prima è tutta interna al Pci di Togliatti, di cui fu responsabile della commissione Cultura e poi anche deputata (nel frattempo lo storico leader comunista era morto). La seconda è quella del Manifesto, il gruppo di suoi compagni che si riconoscevano in Pietro Ingrao e nel 1969 fondarono una rivista omonima che costò loro la radiazione dal partito con l’accusa di frazionismo.

Assieme a lei furono cacciati Luigi Pintor, Lucio Magri, Aldo Natoli, Valentino Parlato, Massimo Caprara (che di Togliatti era stato segretario), Luciana Castellina e moltissimi altri in tutta Italia. Loro andarono avanti anche senza il Pci alle spalle, che anzi a Roma affisse addirittura un manifesto con scritto «Chi li paga?». Non li pagava nessuno, se non le sottoscrizioni di tutti coloro che avevano creduto nelle loro idee e li seguirono come lettori quando il 28 aprile 1971 questi «comunisti coraggiosi» (o incoscienti) fondarono un giornale, che sotto la testata riportava due parole: «quotidiano comunista». Un modo polemico per dire che si poteva essere comunisti anche fuori del Pci.

A questo punto la storia di Rossanda e quella del Manifesto diventano una cosa sola, durata per più di quaranta anni (lei ha smesso di scrivere nel 2012 ma il giornale è ancora in edicola tutti i giorni). Una storia fatta anche di conflitti interni, rotture, separazioni e riunificazioni. Ma comunque la stessa, piena zeppa di episodi che restano nei libri. Come quando il Manifesto si presentò alle elezioni politiche del 1972 con Pietro Valpreda capolista, allora accusato della strage di piazza Fontana (il risultato fu deludente, 0,8 per cento, Valpreda non fu eletto e restò in carcere). Oppure come quando Rossanda, nel pieno del rapimento Moro, scrisse che le Brigate rosse parlavano un linguaggio che lei conosceva bene, era lo stesso del Pci perché da lì provenivano. Intitolò il suo articolo «Album di famiglia», provocando un diluvio di polemiche visto che il Partito comunista allora sosteneva si trattasse di provocatori fascisti.

Per venticinque anni ho avuto il privilegio di lavorare in quel giornale, cominciando nell’80 come ragazzo di bottega che non sapeva neanche cosa fosse un’agenzia di stampa, infatti mi misero subito a tagliarle e a distribuirle nelle cassette delle sezioni. Rossana la vedevamo come una madre severa ma che sapeva anche essere tenera. Lei, Pintor e Parlato erano i tre direttori del giornale, a prescindere da chi lo fosse formalmente (gli altri nel frattempo non stavano più al Manifesto, chi aveva scelto la politica e non il giornalismo, come Magri e Castellina nel Pdup, chi si era ritirato dalla scena pubblica come Natoli).

Fare Il Manifesto, pensarlo, scriverlo, confezionarlo, venderlo, era una battaglia quotidiana difficilissima, sempre sull’orlo della chiusura. Ma anche una straordinaria esperienza giornalistica e culturale.

Rossanda amava ripetere che furono Pintor e Parlato a insegnarle cosa fosse un giornale e come si dovesse fare un articolo, lei più capace di scrivere saggi o libri. Ma imparò prestissimo e, quando nello stesso giorno scrivevano tutti e tre, il giornale si presentava ai lettori con una potenza di fuoco impressionante.

Quando squillava il telefono e sentivi la sua voce l’istinto era quello di mettersi sull’attenti. Solo il suo «pronto, sono Rossana» incuteva timore reverenziale. Anche perché spesso ti toccava un rimprovero, magari per un pezzo, un titolo, una scelta che non condivideva. Ma alla fine della telefonata, amici come prima. Ricordo che una volta mi chiamò e mi chiese: «Riccardo, hai letto questo libro nero del comunismo?». Veramente, ancora no, ma sta qui sulla scrivania, balbettai. E lei: «Dicono che abbiamo ammazzato cento milioni di persone… Beh, cento no ma ottanta direi di sì». Aveva fatto i conti e si era immedesimata nel comunismo mondiale e nei suoi orrori, anche se lei non aveva mai torto un capello nemmeno a una mosca. Questa, anche questa era Rossana Rossanda. —

Pubblicato su Gazzetta di Mantova