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Quattordicenne ucciso da una panchina di 8 quintali, la testimonianza: «Era usata da tutti come giostra»

Prima udienza del processo per la morte di Matteo Pedrazzoli a Castel d’Ario. In aula il racconto tra le lacrime di una degli amici che erano con lui quella sera

CASTEL D’ARIO. «Per noi quella panchina era una giostra. Ci abbiamo giocato per tutta l’estate. E nessuno ci ha mai redarguito». Ha parlato tra le lacrime, con singhiozzi soffocati, resistendo agli inviti della giudice Raffaella Bizzarro a sospendere la testimonianza per qualche minuto. «Voglio andare avanti, ce la faccio». Ha ricostruito tutti gli istanti di quella sera, una delle amiche di Matteo Pedrazzoli, morto a 14 anni schiacciato da una panchina girevole di 8 quintali crollata mentre i ragazzini la usavano come giostra. Sul banco degli imputati, accusati di omicidio colposo Marzio Furini, responsabile dell’ufficio tecnico del Comune di Castel d’Ario; Luca Bronzini, titolare della ditta che si era aggiudicata i lavori; i fratelli Cristian e Loris Manfredi, carpentieri; Elena Bellini, l’architetto progettista delle due panchine, pensate come elementi di arredo artistico dei giardini davanti al castello.

Il nodo sta proprio qui: installazioni artistiche, le panchine, secondo il progetto, ma giostre utilizzate da ragazzi e bambini per giocare facendole girare. In particolare una, la più veloce, quella che ha schiacciato Matteo. «Io ero appena scesa, perché mi girava la testa, Matteo e altri due sono rimasti su, e ad un certo punto ho visto una parte inclinarsi, Matteo era in mezzo e la panchina gli è caduta addosso. Abbiamo cercato di alzarla, ma era troppo pesante, e Matteo già non si muoveva più e non ci rispondeva. Poi sono arrivati i grandi e quelli dell’ambulanza». Doveva essere una sera d’estate, come tante, e invece sono stati istanti che hanno cambiato per sempre la vita e il cuore di questi ragazzi, oggi appena diventati maggiorenni.

«Nessuno ci ha mai detto che salirci era pericoloso, né vigili né carabinieri né nessuno. Le mamme ci facevano giocare i bambini, e non c’erano cartelli di nessun genere. Per noi far girare quella panchina era la normalità». Prossima udienza il 9 novembre.

Pubblicato su Gazzetta di Mantova