• Home
  •  > Notizie
  •  > «Rompeva le scatole e l’hanno ammazzato»

«Rompeva le scatole e l’hanno ammazzato»

Esecuzione a tappe, feroce e premeditata: i tre ragazzi rischiano l’ergastolo Il procuratore: delitto orribile, mancanza di valori e omertà impressionante

MAGNACAVALLO. Ammazzato come un animale perché «rompeva le palle». Senza pietà e senza un vero motivo. Vigliaccamente sorpreso alle spalle, colpito con inaudita violenza alla nuca, lasciato agonizzante a terra e poi di nuovo aggredito, dopo che il branco si era concesso una pausa, tornando per finire il lavoro.

Un vera e propria esecuzione. Fausto Bottura, 48 anni, ex operaio della Vela di San Giovanni del Dosso e residente a Magnacavallo, aveva il destino segnato nella notte horror scelta dal branco per farlo fuori. Un omicidio a tappe: così l’ha definito il procuratore capo della repubblica, Antonino Condorelli, aggiungendo una considerazione durissima e che fa riflettere: «Mi sono trovato di fronte a un’impressionante cortina di omertà e a una totale mancanza di valori. Un delitto orribile di cui i ragazzi purtroppo non si rendono conto».

Perché l’avrebbero ucciso? Perché dava fastidio. Molto semplicemente. Inaudito, orribile, ma è quello che ha accertato la procura e che getta una luce inquietante e diabolica su tutta questa vicenda.

I carnefici, lo ricordiamo, sono tre ragazzi incensurati, che fino a una settimana fa hanno condotto una vita normale tra studio e lavoro e che ora si trovano dietro le sbarre con l’accusa di omicidio volontario e occultamento di cadavere: Massimo Bottura, nipote della vittima, diciannove anni, Armando Esposito, 19 anni entrambi di Magnacavallo e infine Alessio Magnani, 18 anni, di Poggio Rusco.

Ma a fare la differenza sono le aggravanti che la procura ha contestato: se fossero accertate e accolte i tre ragazzi rischierebbero la pena dell’ergastolo. Prima fra tutte la premeditazione e a seguire i motivi abbietti e futili, il comportamento crudele nei confronti della vittima, l’aver approfittato dell’oscurità e delle condizioni atmosferiche e della sua disabilità (era inabile al sessanta per cento) e infine l’abuso della relazione domestica. Un quadro davvero agghiacciante che, se accolto dal giudice, per i tre ragazzi aprirebbe la porta del carcere a vita. Condorelli ieri mattina ha fatto il punto delle indagini che non si sono ancora concluse. Per adesso sembrano improbabili altri fermi ma il numero dei testimoni oculari cresce ogni giorno di più. Persone che sapevano quello che stava succedendo prima e dopo il delitto. Qualcuno con i propri occhi avrebbe visto l’auto, una Fiat Punto, allontanarsi dalla casa di via Roma a Magnacavallo, dopo aver caricato il sacco nel baule.

Ma veniamo alla ricostruzione di quanto, verosimilmente, sarebbe accaduto mercoledì 3 dicembre, la notte dell’orrore. I tre ragazzi sono in casa. Fuori piove. In un’altra stanza del piano terra c’è la vittima.

Non sappiamo se tra il gruppo di amici di cui fa parte il nipote e Fausto Bottura ci sia un litigio. Quel che appare certo, invece, è che quella è la sera scelta dal branco per ammazzarlo. Un’azione premeditata che sfocia con un colpo sferrato alla nuca. La vittima tramortita cade a terra. Non è più in grado di rialzarsi. Il gruppo criminale si prende una pausa. Si allontana, forse per bere qualcosa o forse anche per prendere qualche stupefacente. Dopo un po’ si ricordano di avere un lavoro in sospeso. Tornano dal 48enne, sanguinante e privo di coscienza. Lo tempestano ancora di colpi sulla testa. Forse con corpi contundenti diversi, tra i quali potrebbe esserci una mazza da baseball. Poi, con inconcepibile distacco e indifferenza si prendono una seconda pausa. Tanto da lì non può muoversi. Un comportamento di rara crudeltà verso una persona disabile e che non è stata in grado di difendersi in alcun modo.

Vivo? Morto? Quando a un certo punto decidono di disfarsi di quel corpo devastato non si preoccupano di sapere se è ancora in vita. E cominciano le operazioni di occultamento del cadavere, di cui gli investigatori hanno trovato tracce.

Qualcuno, inoltre, sarebbe stato testimone oculare del momento in cui il corpo di Bottura è stato insaccato, legato e riposto nel baule di una Fiat Punto. I tre, nel cuore della notte, percorrono dunque quasi trenta chilometri per arrivare sull’argine del fiume Po a Bardelle di San Benedetto. Si fermano davanti all’idrometro e in due scendono fino alla riva del fiume, sfidando la ripida e stretta scalinata. Il rischio corso è stato elevatissimo. Le pattuglie dei carabinieri passano molto spesso su quella strada. Il corpo viene scaraventato in acqua senza esitazione. Sprofonda, ma non si allontana. In quel punto non c’è corrente e dopo alcuni giorni riaffiora. L’omicidio è stato commesso, secondo l’accusa, da tutti i tre ragazzi ora in carcere, ma non si escludono ulteriori sviluppi. Altre complicità sarebbero già state accertate dal nucleo investigativo dei carabinieri di Mantova, coordinati dal luogotenente Claudio Zanon.

Pubblicato su Gazzetta di Mantova