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Sacchi e gli altri mantovani vittime del mal d’Africa

Fine ’800-inizio ’900: dallo sfortunato componente della spedizione Bottego a Cocastelli e Masè Dari, fino a Benzoni, che fu l’unico a tornare

Esploratori mantovani in Africa e in Arabia, tra la fine dell'Ottocento e i primi anni del Novecento: storie che non affollano certo le biblioteche. La memoria dei nomi di Carlo Cocastelli di Montiglio e di Gaetano Benzoni è affidata allo stradario di Mantova; così era anche per Maurizio Sacchi, targa però cancellata dando posto ad Isabella d'Este, mentre è rimasta l'intitolazione della scuola media, decisa nel 1942; ancor meno noto e non considerato nelle vie cittadine Curzio Masè Dari. Tutti accomunati da un tragico destino, viaggi senza ritorno, con la sola eccezione del marchese Benzoni, onorato con celebrazioni ufficiali, anche in Parlamento e solenne funerale a Mantova, l'11 aprile 1909.

L’apertura del canale di Suez nel 1869 aveva scatenato la corsa al continente nero con motivazioni politiche, commerciali ma anche scientifiche e il mal d'Africa non lasciava immune Carlo Cocastelli di Montiglio, famiglia di antica nobiltà monferrina stanziata a Goito: liceo a Mantova, giurisprudenza a Padova, Bologna, Roma ma alla fine storia naturale.

Soprattutto, però, studiava da esploratore, come vice segretario della Società Geografica Italiana e per i rapporti con Giacomo Savorgnan di Brazzà, discendente del celebre Pietro, entrato nella storia delle esplorazioni africane.

Riusciva così ad entrare nella spedizione organizzata da un amico, il nobile milanese Gian Pietro Porro, che il 26 marzo 1886 era in Etiopia e si avventurava nell'infida regione dell'Harar. Con Cocasteli e Porro, altri sei italiani, più sette portatori e dieci soldati somali di scorta.

Gildessa doveva essere la destinazione, ma il 2 aprile incappavano in un agguato degli hararini: tutti gli italiani uccisi, i corpi spogliati completamente e abbandonati, depredati i materiali. Scampati alla strage, un portatore e un soldato potevano raggiungere Aden e raccontare tutto al viceconsole italiano, che telegraficamente dava la notizia in Italia. Impressione profonda a Mantova ed a Goito. Carlo aveva 28 anni ed era già riuscito ad inviare relazioni botaniche.

Dieci anni dopo, nel 1897, tentava l'avventura un altro giovane, Maurizio Sacchi, figlio del garibaldino dottor Achille, laureato in fisica, per la Società Geografica Italiana associato alla seconda spedizione in Etiopia guidata dal già famoso esploratore Vittorio Bottego. Grandi mezzi: 250 àscari (soldati etiopici), 120 cammelli, 30 muli, 10 asini, mandria di buoi e di capre. Tanta abbondanza non poteva che richiamare attacchi di predoni, infatti avevano dovuto procedere tra ammutinamenti, scontri a fuoco, fucilazioni di prigionieri, pesanti invasioni di villaggi. La carovana raggiungeva l'obbiettivo: documentare l'intero corso del fiume Omo e, prima, aveva scoperto un lago, chiamandolo Margherita, come la regina d'Italia.

Poi si dividevano e Sacchi proseguiva con una sua carovana, tornando al lago Margherita, ma si imbatteva in una banda di scioani, attratti dal grosso carico di avorio: assalto sanguinoso e Maurizio rimaneva ucciso. Aveva 33 anni. A Mantova lo attendeva la fidanzata, Pia e avevano già programmato il matrimonio.

Stessa tragica sorte per Bottego, il 17 marzo 1897: il fiume esplorato veniva chiamato Omo Bottego.

Sul luogo esatto della fine e della sepoltura di Sacchi si sono succedute ricerche di esploratori nel 1926, nel 1929 e nel 1931: niente più che ipotesi diverse e contrastanti.

Quando Sacchi moriva, in altra parte dell'Eritrea si trovava, già da almeno 5 anni Curzio Masè Dari, nato Mantova nel 1866 e partito giovanissimo con il progetto, poi attuato, di avviare aziende agricole con prodotti locali. Aveva lavorato tanto bene che Ferdinando Martini, commissario civile della Colonia Eritrea e scrittore, riteneva di citare quell'esperienza nel suo libro “Nell'Affrica Italiana”, edito da Treves nel 1891 (Africa allora la scrivevano con due f).

Spirito irrequieto, Curzio cedeva l'azienda e continuava a muoversi dentro e fuori l'Eritrea, spingendosi nel Sudan, controllato dagli inglesi, fino a Kassala, alla regione del lago Tana e al Nilo Azzurro.

Da agricoltore a cacciatore: pensava di mettersi in contatto con grandi importatori europei di animali per i circhi, gli zoo o da imbalsamare nei musei. Inviava anche schizzi sui suoi itinerari alla Società Africana d'Italia e lettere con sua foto alla famiglia. Per ignote ragioni veniva espulso dalle autorità britanniche, poi il nulla fino al telegramma del ministro d'Italia ad Addis Abeba al commissario Martini, in data 13 febbraio 1904, che informava della morte di Curzio «avvenuta ai primi di gennaio a Boni Scingul per malattia». Il Bollettino Ufficiale della Colonia Eritrea ne dava notizia sempre il 13, aggiungendo «il rammarico dei coloni eritrei».

Il 9 marzo il segretario generale della Società Africana d'Italia inviava una lettera di condoglianze e sembra che solo così il padre, Federico Masè Dari, venisse a sapere della morte di Curzio, a 38 anni. I meccanismi ufficiali si muovevano solo in luglio, dal ministero degli Esteri ad Addis Abeba, dal governatore del Sudan Wirgate Pascià a Denissiè, degiàc della regione Remi Sciangul: Curzio era morto di malaria ad Afodò, assistito da un tecnico minerario inglese, Digby Jones, che ne aveva curato la sepoltura.

Dall'Africa all'Arabia: nel 1908 il mantovano marchese Gaetano Benzoni si trovava in Yemen, agente consolare d'Italia a Moka, città con porto sul Mar Rosso che movimentava il commercio internazionale del caffè. Aveva 54 anni e un passato di tenente colonnello d'Artiglieria, ma era già stato più volte in Arabia ad acquistare stalloni per il Regio Esercito. Incontrava a Moka un uomo d'affari tedesco, Hermann Burkardt, che lo convinceva a seguirlo nell'interno, fino a Sana. Con quattro soldati turchi e alcuni portatori, la carovana partiva il 9 dicembre 1909 ma, dieci giorni dopo, tra Udein e Ibb, incontrava una banda di predoni e non c'era scampo. I mantovani potevano sapere del tragico accaduto il 10 gennaio, dalla Gazzetta: «Benzoni cadde per primo, fulminato da tre proiettili: il suo cavallo rimase illeso. Il Burkardt, colpito da quattro proiettili, gli sopravvisse di poco. Anche il suo mulo fu ucciso. Due gendarmi della scorta rimasero feriti, portatori rimasti indietro si salvavano. I briganti depredarono le vittime», sepolte a Udein, poi riesumate.

Anche in questo caso, soltanto ipotesi sugli autori dell'attentato e tanti dubbi, con implicazioni politiche: a Ibb esisteva il telegrafo ma il console italiano riceveva la notizia soltanto tre giorni dopo, il 22 dicembre. I portatori superstiti venivano rinchiusi in carcere, impedendo al console italiano di interrogarli e il funzionario governativo della regione veniva destituito.

Pubblicato su Gazzetta di Mantova