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L’inchiesta Pesci non è chiusa. Dal pentito escono nuovi nomi

Antonio Valerio sotto torchio alla Dda di Brescia dopo la deposizione fatta al processo Aemilia. Attese rivelazioni su un omicidio e su presunte complicità di colletti bianchi mantovani con la cosca

MANTOVA. Lo aspettavano al varco, negli uffici al sesto piano di palazzo Zanardelli. Ogni udienza al processo Aemilia, ogni racconto che usciva dalla sua bocca, ogni bomba che il pentito sganciava, facendo tremare anche i boss chiusi al 41 bis, ha gettato un nuovo seme su un’inchiesta tutt’altro che chiusa. Ora Antonio Valerio è davanti a loro.


L’ex imprenditore, considerato ai vertici della ’ndrangheta al nord, sodale del boss Niccolino Grande Aracri, terminati gli interrogatori in tribunale a Reggio Emilia, durante i quali ha portato allo scoperto affari, legami e progetti della cosca, da qualche giorno è sotto il fuoco delle domande dei due Pm della Dda bresciana Claudia Moregola e Paolo Savio, i rappresentanti dell’accusa al processo Pesci: perché dall’aula emiliana già sono usciti nomi e parole che regalano non ipotesi, ma certezze. Il caso non è chiuso: l’inchiesta Pesci si sta riaprendo su un nuovo filone, al confronto del quale i 24 faldoni messi insieme dai carabinieri del nucleo investigativo di Mantova potrebbero diventare solo un antipasto.


Valerio parla, a Brescia, per ore e ore. Traccia fili, fa collegamenti, aggiunge tasselli a un puzzle che rischia di non stare più in un solo tavolo. Se fino a questo momento le complicità dei colletti bianchi, dei professionisti e degli imprenditori mantovani sono rimaste sottotraccia, nelle lunghe ore sotto le domande dei due magistrati c’è da immaginare che emergano sorprese.


Perché Valerio sa molte cose. Lo ha dimostrato nelle infinite udienze a Reggio Emilia, in cui la parola “Mantova” è risuonata molte volte con effetti deflagranti in crescendo. Il primo riferimento è stato a Raffaele Todaro, genero del boss Antonio Dragone, un personaggio che compare nell’inchiesta Pesci, dove non è indagato, per un suo incontro con Antonio Muto nel cantiere di piazzale Mondadori . «Nicolino Grande Aracri lo voleva morto, ma lui si diede alla macchia» ha giurato Valerio. Una pennellata che aggiunge colore al Nicolino style. Nomi e luoghi.


Il nome che per Valerio sembra essere un must degli affari in terra mantovana, è quello di Antonio Rocca, il muratore di Pietole condannato a 26 anni e 10 mesi nella Pesci. «Era lui il referente della cosca, colui che si interfacciava con Nicolino Sarcone e Alfonso Diletto». Valerio ha riferito anche del “battesimo” di Rocca, nel capannone di Diletto a Brescello, officiato da Lamanna in persona, uomo di punta di Nicolino. Se l’appartenenza alla cosca di Rocca è stata già avallata dalla sentenza di primo grado, a gettare una luce sinistra, su cui i Pm indagheranno a fondo, è stato il racconto del piano di un omicidio: «A Mantova c’era un’altra persona da uccidere, non so chi, Rocca e Lo Prete mi indicavano tutti i passaggi che faceva». Il delitto era uno scambio di favore: «Visto che non riusciamo a prendere il nostro e voi il vostro, scambiamoci, mi dissero. Ma poi non si concluse». Uno si concluse: «È stata uccisa una persona e poi il cadavere è stato occultato nel cantiere. C’è chi sa di questo delitto, ma non parla».Bombe che aprono voragini sulla “placida” terra mantovana. «Pesci è solo la punta dell’iceberg» assicura uno avvezzo a bazzicare i corridoi di palazzo Zanardelli.


Anche perché i due sostituti dopo Valerio dovranno interrogare anche Salvatore Muto, l’uomo di fiducia di Francesco Lamanna che qualche settimana dopo la condanna a 19 anni, ha chiesto di essere ascoltato come pentito di mafia. Nel termine dei 180 giorni previsti dalla legge, quindi, il muratore, titolare della ditta Magisa, ex compare di Rocca, dovrà raccontare tutto quello che sa sugli affari di Grande Aracri in terra mantovana. Durante il processo Pesci si era sempre proclamato innocente, estraneo alla cosca di ’ndrangheta. Ora la storia avrà tutt’altre tinte.


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Pubblicato su Gazzetta di Mantova