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Il lascito di Fabrizio De André: gli ultimi delle sue canzoni sono le vittime dei rancori di oggi

Vent’anni fa moriva il grande cantautore genovese, poeta di un’Italia sempre più sotto scacco. Le ballate sui rom e sulle prostitute, il racconto di un’umanità ai margini, vinta ma non sconfitta 

MANTOVA. Negli ultimi vent’anni ce lo siamo chiesti tante volte: «Chissà cosa avrebbe detto De André». Lo abbiamo pensato davanti a una guerra scoppiata nei Paesi più poveri del mondo, di fronte alla repressione sulla pelle degli emarginati, leggendo la notizia delle coperte di una senzatetto gettate nella spazzatura. Eppure non servono forzature e congetture sul pensiero del più grande cantautore italiano, morto l’11 gennaio del 1999 dopo una breve e devastante malattia e la cui memoria è intelligentemente salvaguardata dalla Fondazione diretta dalla moglie Dori Ghezzi. Tutto quello che ci serve è nelle sue canzoni (che poi magari sono anche poesie, ma che nascono per vivere sulla musica) e ci tratteggia tutta la distanza tra il nostro presente e il mondo insieme disperato e dignitoso cantato per quarant’anni da De André.


Un’umanità ai margini, vinta ma non sconfitta. Un “Quarto stato” in musica, popolato da prostitute (Bocca di Rosa, ma anche la cortigiana invecchiata del “Testamento”, che vende santini fuori dalla chiesa), condannati a morte (il Michè o Geordie, che aveva rubato sei cervi nel giardino del re), i drogati ai quali è intitolato un Cantico, come le creature di San Francesco. E poi, a misurare in maniera dolorosa la distanza fra oggi e solo 23 anni fa ci sono gli zingari di Khorakhané (“Anime salve”, 1996), perseguitati nell’Europa dell’Est che se rubano «questo filo di pane fra miseria e fortuna» possono essere giudicati solo da «chi sa di raccogliere in bocca il punto di vista di Dio».


Rom, carcerati, puttane. Vittime perfette del rancore di oggi, in una società che mentre si appresta a celebrare l’anniversario di De André sembra averne dimenticate le canzoni e la loro esplosiva carica libertaria. Così come non perde occasione per bollare gli altri, parlando e giudicando “da buon borghese”, salvo poi dilapidare mezza pensione in un bordello per sentirsi dire «micio bello e bamboccione».


Giudicare è l’attività dei nostri tempi, amplificata dalla possibilità di far conoscere le proprie sentenze sugli altri con qualche clic di mouse. Eppure proprio dal giudicare ci mette in guardia De André. Soprattutto quando il giudizio morale diventa giudizio legale, quando i piani dell’etica e del diritto si sovrappongono nel segno delle classi dominanti. Non è un caso se in una delle vette assolute della sua discografia, “Non al denaro non all’amore né al cielo”, ispirata all’Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters, l’unico personaggio tratteggiato negativamente nella sua crudeltà, è proprio il Giudice. Come aveva fatto, d’altronde, qualche anno prima traducendo “Le gorille”, canzone dell’amato George Brassens nella quale il magistrato subisce un incontro ravvicinato con lo scimmione come contrappasso per aver fatto tagliare il collo a un condannato.


Canzoni politiche, quelle di De André. A volte in maniera velata, a volte più esplicitamente, specie negli ultimi album: il racconto della fine del comunismo nella “Domenica delle salme”, la Milano da bere in “Ottocento”, la guerra Israele-Palestina in “Sidún”, tratto da “Creuza de mä”, il disco che ha portato la musica etnica all’interno del panorama italiano. Ma mai canzoni di partito, quelle dell’anarchico libertario De André. Che spesso cantava alle feste dell’Unità ma che ha raccontato di aver votato Dc: «Tra i suoi candidati, in Sardegna, c'era un mio amico, una persona capace, quindi un pessimo politico. Che infatti non fu eletto». Anarchia scoperta proprio con Brassens e portata avanti con coerenza, non «come appartenenza ma come modo d’essere».


E allora come spiegare che proprio Matteo Salvini si sia più volte dichiarato appassionato di De André? La spiegazione più semplice è ricordare il lontano passato di estrema sinistra del leader della Lega, quella più profonda l’ha fornita pochi giorni fa uno dei migliori autori di fumetti e libri che ci sono oggi in Italia, Roberto Recchioni. Che, parlando degli odiatori degli ultimi ha scritto: «Non vivono alcuna contraddizione nell’amare un cantautore che esercitava una pietas quasi cristiana (non solo verso gli ultimi, ma proprio verso gli infami e i colpevoli) e, allo stesso tempo, mettere migliaia di persone per strada. Perché, per loro, “sono solo canzonette”. Un intrattenimento, uno svago, che non ha alcuna correlazione con la vita reale, pratica». È questo l’ultimo e più profondo tradimento di De André, il musicista che cantava «è bello che dove finiscano le mie dita debba in qualche modo cominciare una chitarra».

 

Pubblicato su Gazzetta di Mantova