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Lincoln e Kennedy nelle sliding doors della Storia

Taylor: «L’omicidio di JFK ossessiona ancora gli Stati Uniti perché dopo scoppiò il Vietnam. Cosa sarebbe successo se?»



Il giro è largo, si parte dall’America del 1963 per annodare la Storia maiuscola alle vicende quotidiane che ne gonfiano la esse come tanti affluenti. E si approda alla memoria familiare, al mare dei ricordi e alla palude dei rancori, al rapporto con chi non c’è più e alla potenza della scrittura. «Il loro essere stati qui resiste a ogni rovina» scrive Benjamin Taylor al termine del suo memoir “Il clamore a casa nostra”: il riferimento è ai genitori morti, e Gabriele Romagnoli, che incalza l’autore con sensibilità acuminata, racconta di aver fotografato e inviato queste righe a tutti i suoi affetti. Come istruzioni per l’uso del dolore. Un bugiardino per lenire lo sconforto che riporta al punto di partenza: se ai lutti privati si sopravvive, perché l’America è ancora ossessionata dalla morte di John Fitzgerald Kennedy? Perché non è riuscita a farsene una ragione?

Per lo stesso motivo per cui ci si ricorda dell’omicidio di Lincoln e non degli altri due presidenti assassinati – suggerisce Taylor – perché alla morte di Kennedy seguì la tragedia piena del Vietnam, e ci si arrovella ancora su cosa sarebbe potuto accadere se Oswald avesse sbagliato mira. Così come dopo Lincoln l’America ripiombò in una forma feroce di schiavismo. Sono le sliding doors della Storia ad alimentare l’ossessione.

Ricorda Taylor che prima dell’alba di quel 22 novembre 1963 pioveva forte, «e se avesse continuato a piovere, Kennedy avrebbe viaggiato su un’auto coperta». E invece. Ricorda che quella mattina era riuscito a stringergli la mano e di come la stretta gli avesse restituito la sua vitalità, il suo magnetismo. Don De Lillo ne ha scritto come dei «sette secondi che spezzarono la schiena al sogno americano». Concorda Taylor che «quel giorno il sogno americano era al suo zenit, i missili su Cuba erano alle spalle e la guerra del Vietnam non era ancora esplosa nella sua tragicità. Dal 22 novembre 1963 in poi le cose cominciarono ad andare storte». Così, a 11 anni, il giovane Taylor imparò a concepirsi immerso nella Storia.

Alla forma del memoir sarebbe arrivato più tardi, a 60 anni, dopo diversi romanzi e dopo aver smaltito la convinzione che le cose interessanti accadessero sempre altrove. «Se nella fiction lo scrittore è dio, nei saggi e nei libri di memorie la divinità si esprime nei fatti» scandisce Taylor. La memoria a cui si appella è quella involontaria di Marcel Proust che ci fa riaffiorare i ricordi. Vero, la narrazione implica sempre una manipolazione, perché organizza per scene ciò che nella vita scorre come un flusso. Ma tant’è.

Il prossimo libro? Racconterà di un’amicizia lunga 17 anni, del rapporto speciale con Philip Roth. «Gli avevo promesso che non avrei mai scritto di lui – ricorda Taylor – ma lui mi disse che dovevo farlo». Titolo: “Here we are”. Eccoci qua. —



Pubblicato su Gazzetta di Mantova